Sandokan, il capo dei Casalesi, rompe il silenzio

Il capo dei capi dei Casalesi diventa collaboratore di giustizia, perché ha preso questa decisione. Ci sono tante risposte in proposito.

Francesco Schiavone detto Sandokan diventa collaboratore di giustizia: il boss dei Casalesi dirà tutto quello che sa
Francesco Schiavone “Sandokan” (Yahoomagazine.com)

Sandokan ha deciso di parlare e lo ha fatto di sua spontanea volontà alle forze dell’ordine. Questa non è una notizia da trattare in maniera qualsiasi, dal momento che parliamo di un criminale di spicco, di quelli che più è stato capace di mostrare efferatezza e spietatezza nei tanti affari illeciti condotti in carriera.

Al secolo Francesco Schiavone, Sandokan capeggiava il temutissimo clan dei Casalesi, così chiamati per la loro appartenenza territoriale al Comune di Casal di Principe, del quale ha parlato anche Roberto Saviano nel suo famoso libro “Gomorra”.

A Casal di Principe per tre volte l’amministrazione comunale è stata scelta per infiltrazione camorristica in passato. Schiavone ha rilasciato delle dichiarazioni ai magistrati della Dda, la Direzione distrettuale antimafia, lui che è riconosciuto come uno dei rappresentanti più temibili della camorra.

Questo ora pone la famiglia del boss Schiavone sotto protezione speciale, come è da prassi per i supertestimoni. Tra l’altro già nel 2018 e nel 2021 altri parenti stretti di Sandokan avevano scelto di pentirsi. Si tratta del figlio Nicola, che era diventato capoclan dopo l’arresto del padre avvenuto nel 1998, e del fratello Walter, nel 2021.

Sandokan, perché ha scelto di diventare collaboratore di giustizia

Francesco Schiavone detto Sandokan diventa collaboratore di giustizia: il boss dei Casalesi dirà tutto quello che sa
Il boss Francesco Schiavone (Yahoomagazine.com)

Che cosa comporta questa improvvisa collaborazione di Sandokan con la giustizia? Il boss molto probabilmente farà luce su dei fatti non noti agli inquirenti e potrà rivelare dei segreti capaci di potere aiutare la legge a farsi strada.

Il suo arresto ebbe luogo per la precisione l’11 luglio del 1998, in un bunker segreto costruito sotto casa sua. L’abitazione venne rasa al suolo e dopo 13 ore in cui Sandokan rimase rintanato, scelse di uscire con in braccio una sua figlia.

Assieme a lui c’erano la moglie Giuseppina Nappa ed il cugino Mario, oltre ad altre figlie. La prole del capoclan dei Casalesi parla di sei tra figli e figlie. In quel bunker le forze dell’ordine trovarono anche delle armi e dei preziosi, oltre a dei quadri realizzati proprio da Sandokan, una Bibbia e dei libri di storia contemporanea.

La scelta di pentirsi può essere vista anche come una assunta consapevolezza che, alla sua età (70 anni) non c’è niente da perdere. Inoltre questa mossa può essere inquadrabile con la decisione di volere assicurare un futuro diverso agli esponenti più giovani della sua famiglia.

I boss della malavita sono ricchissimi, possono contare su una disponibilità di milioni e milioni di euro sotto forma di beni diversi, ma non possono certo goderseli. Devono vivere come se fossero dei fantasmi, per il timore di essere arrestati o peggio, uccisi dai clan rivali. Evidentemente Sandokan si è reso conto che quella non è una vita.

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